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Alle Origini del Reiki: lo Shintoismo

Alle Origini del Reiki: lo Shintoismo

Il tori del santuario di Itsukushima

In Giappone, il paese in cui è nato Reiki, le due principali e secolari tradizioni spirituali sono il Buddhismo (arrivato però dalla Cina nel VI secolo) e lo Shintoismo, la forma di spiritualità autoctona che si basa sulla connessione animista con gli spiriti della natura: i tori, i grandi portali (di legno o di pietra) diffusi in tutto il paese introducono nello spazio sacro dei santuari shintoisti e costituiscono un simbolo iconico della nazione. Un grande tori rosso laccato che emerge dall’acqua o dalla sabbia (a seconda della marea) introduce a uno dei templi più spettacolari del Giappone, il Santuario shintoista di Itsukushima situato sull’Isola di Miyajima, da sempre considerato un luogo spirituale ed annoverato dall’UNESCO come patrimonio dell’Umanità.

Formati da due pilastri che sostengono una lunga trave di legno orizzontale e concava, le cui estremità ricurve sono rivolte verso il cielo, i tori costituiscono un simbolo di misticismo, dell’eterna interazione del mondo umano con il mondo divino, la soglia posta all’entrata di uno spazio sacro, di una dimensione fuori dall’ordinario. Attraversare un tori significa rivitalizzare i sensi spirituali e rinnovare di continuo la partecipazione alla vita, all’universo intero (considerato una manifestazione del divino) e alla propria esistenza ciclica e cosmica.

L’origine di questo simbolo è pressoché sconosciuta e si perde nella notte dei tempi: una leggenda narra di quando Amaterasu (la dea del Sole) si rinchiuse in una caverna per sfuggire al terribile fratello Susanoo, causando un'eclissi; per indurla a uscire dal suo riparo (e ripristinare la luce del Sole) tutti i galli della città vennero disposti su un grosso trespolo di legno per gli uccelli: il loro continuo cantare incuriosì Amaterasu, che sbirciò fuori dalla caverna. Approfittando del varco apertosi, uno degli dèi aprì completamente l'ingresso, spingendo via la roccia e permettendo alla luce del sole di illuminare ancora la terra. Quel trespolo divenne il primo torii, che in giapponese significa “uccello”, animale considerato secondo lo scintoismo come messaggero degli dèi (un’altra ipotesi lo fa derivare dal termine nipponico tori-iru, “entrare”).

Il nome “shintoismo” invece deriva dal termine cinese Shintô, composto dai due ideogrammi 神 “Shin” (divinità, spirito) e 道 “to/tao” (via, sentiero) ed è stato introdotto nel VI secolo, quando divenne necessario distinguere la religione nativa del Giappone da quella buddista di recente importazione, e corrisponde al termine giapponese originale “Kami no michi”, ovvero “il cammino degli dèi” o “la via dei kami (o degli esseri di luce)”, intesi come divinità spirituali associate alle forze della natura (il sole, la luna, …) o presenti in un determinato territorio come spiriti “guardiani”.

shintoismo 2

Amaterasu-ō-mi-kami "Grande dea che splende nei cieli" nella versione maschile e femminile

Il culto primitivo e originario del Giappone fa dunque riferimento ai kami, termine letteralmente formato dall'unione di due caratteri, 示 "altare" e 申 "parlare, riferire", traducibile in “ciò che parla, si manifesta dall'altare”, gli “Esseri di Luce” cultuati da una popolazione originariamente proveniente dal continente cino-mongolico e approdata lungo le coste delle isole del sud dell’arcipelago giapponese. Le loro tradizioni religiose, caratterizzate da pratiche animiste e divinatorie, sono sostenute da solenni ritualità che rendono grande onore agli antenati appartenenti alle diverse tribù, in alcuni casi divinizzati o trasformati a loro volta in kami.

Nella cosmogonia di questa religione i kami delle origini non crearono il mondo e tutto ciò che lo popola, compresi gli esseri umani, ma lo generarono, con la conseguente implicazione che tutti gli esseri, uomini e montagne, sassi, alberi, animali, fiori, tempeste, mari, vulcani, sono “figli” della stessa emanazione, fondamentalmente fratelli e sorelle, uniti da legami orizzontali di parentela segreta. Si noti che la lingua giapponese non distingue il singolare dal plurale, né il maschile dal femminile, quindi kami spesso può significare dio o dea, dei o dee; come può significare nume, deità, alto spirito, demone.

Sino all’anno 1000 d.C. in Giappone viene considerato kami tutto ciò che appartiene ad una realtà cosmica, sacra, superiore e luminosa, della quale tutto e tutti fanno parte, compresi tutti quegli elementi considerati misteriosi dagli uomini per la loro straordinarietà (i vulcani, i corpi celesti, le montagne, le stelle,…). Sebbene la parola sia talvolta tradotta con “dio” o “divinità”, i teologi shintoisti specificano che tale tipo di traduzione può causare un grave fraintendimento del termine. In alcune circostanze, sono identificati come vere e proprie divinità, simili agli dei dell’antica Grecia o dell’antica Roma. In altri casi invece, come il fenomeno della crescita, gli oggetti naturali, gli spiriti che dimorano negli alberi, o forze della natura, tradurre kami con “dio” o “divinità” sarebbe una errata interpretazione.

Man mano che si espandevano e penetravano nel territorio giapponese, i diversi clan che si insediavano in un dato luogo ricercavano e individuavano un elemento naturale significativo (un albero, una pietra sacra o un campo di riso) quale punto in cui venerare il proprio dio tutelare, chiamato uji-kami, che aveva la funzione di mantenere l’unità della tribù. Questi spazi, dove più tardi verranno realizzati i templi, erano anche centri della vita sociale in cui portare i primi frutti del raccolto e celebrare i riti matrimoniali.

tori dettaglio

Dettaglio di un tori

Tra il 250 e il 710 d.C. circa, meglio conosciuto come il periodo Yamato, gli abitanti del Giappone facevano riferimento alla Cina sia per le scienze e la tecnologia, che per la scrittura: fu proprio dai cinesi, infatti, che l'arcipelago chiamato inizialmente proprio Yamato (dalla stirpe del primo imperatore del Giappone, Jimmu Tenno), tramutò il suo nome in “Nihon” (o Nippon), alla lettera "origine del sole", ovvero "paese del sol levante". Il regno Yamato è ricordato come un periodo di grandi guerrieri e osservatori dello Shinto, e grazie a loro nacquero i primi bagni giapponesi, nei quali si purificavano dopo aver "sporcato" il proprio corpo con azioni impure o dopo le sanguinose battaglie.

Solo dal periodo Nara (710-794), quando altre religioni, come buddhismo, confucianesimo e taoismo cominciarono ad entrare in Giappone, si sentì l’esigenza di codificare lo Shinto come sistema religioso, e non più come serie di riti e culti semplicemente praticati all’interno delle unità familiari locali e perlopiù legati alla vita contadina: nel 712 fu compilato il Kojiki, “Cronache di antichi avvenimenti”, testo attraverso il quale venne innanzitutto legittimata la natura sacra dell’imperatore, discendente diretto dei kami ma anche il panteismo che attribuisce pari importanza a tutte le cose e gli esseri presenti in natura, e vengono definiti i riti ufficiali dello Shinto. Il secondo testo ufficiale dello Shinto è il Nihongi, “Annali del Giappone”, redatto nell’VIII secolo, e tratta la storia del Giappone fin dalle sue origini.

Da allora lo Shinto dovette continuamente evolversi per convivere, assimilare ed essere assimilato dalle altre religioni e filosofie: alla fine del XIX secolo, durante il periodo Edo, lo Shinto venne dichiarata religione di stato, fino al 1945, quando l’imperatore annunciò alla radio la sconfitta nella guerra del Pacifico, negando implicitamente la natura divina della sua figura.

Sotto molti aspetti lo Shintoismo è una religione “sorella” del Taoismo, come in quest’ultima non c’è una gerarchia da rispettare, non c’è un kami superiore agli altri, ma mentre il Taoismo si basa sull’equilibrio tra yin e yang, lo Shintoismo si basa su tre elementi: in, yo e yuan. I primi due sono i corrispettivi dello yin e dello yang cinesi, il terzo è la forza che si scatena dall’incontro di questi due elementi, cioè la manifestazione dell’energia cosmica. L’insieme di questi tre elementi viene raffigurato con un simbolo chiamato Tomoe, collegato ad Hachiman, dio della guerra e patrono dei guerrieri Samurai e associato alle caratteristiche di forza, guarigione e guerra. Le tre code a forma di cometa che si rincorrono in perfetta armonia rappresenterebbero, secondo un’altra interpretazione, le tre virtù di forza, benevolenza e coraggio.

tomoe

Il Tomoe

Lo Shinto, è in primo luogo una religione che santifica ogni aspetto della vita di questo mondo, intenso come un assoluto, immergendosi nel “fervido presente”(naka-ima), di cui l’energia vitale è suprema realtà e meraviglia. L’incontro intimo con la natura, affascinante e maestosa anche nelle più semplici espressioni, è l’elemento più caratteristico di questa tradizione: più che sulla vita dopo la morte, lo shintoismo si preoccupa della vita in questo mondo.

Sebbene lo Shinto non abbia comandamenti assoluti ad di fuori di vivere una vita semplice e in armonia con la natura e le persone, esistono quattro precetti che esprimono il suo spirito etico:

  •     armonia nella famiglia
  •     armonia con la natura
  •     purificazione
  •     matsuri – feste dedicate ai kami.

Secondo lo Shintoismo, conservare il contatto con la natura comporta il raggiungimento della completezza e della felicità e permette di essere vicino ai kami: la natura va rispettata, venerata e soprattutto tutelata perché da essa deriva l’equilibrio della vita. Durante i Matsuri (祭), le festività dedicate ai kami, si presentano i neonati al sacrario di famiglia, si celebrano in grande maggioranza i matrimoni, nelle campagne si semina e si trapianta il riso, mentre nelle città si benedicono fondamenta di case e condomini. Il sacerdote Shintō (kannushi神主) con le sue vesti bianche, celesti, viola a seconda delle circostanze, onora e benedice le operazioni artigiane e casalinghe d’ogni giorno ed è presente ovunque si dia l’avvio ad attività produttive.

Un aspetto importante su cui insistono gli shintoisti è il concetto di gratitudine verso tutto ciò che di bello riceviamo dalla vita. Le  offerte agli déi sono pratica comune finalizzata, non solo a chiedere favori e benedizioni ma anche solo per ringraziare. I riti di purificazione sono finalizzati a liberare l’uomo dalla peccaminosità e da tutto ciò che lo rende diverso dalla purezza del suo vero io. Consiste in abluzioni e preghiere rituali nell’acqua gelida di una cascata, anch’essa considerata luogo sacro.

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Yoshimitsu spirito dell'acqua

 

 Articolo a cura di Tulsi Maria Serena Baroni