Salta al contenuto principale
x
Inviato da La Città della Luce il 14 September 2019
Yoga e Ayurveda: la cura del corpo come forma di preghiera

Per la tradizione yogica e ayurvedica, il cibo ha un’importanza che va ben oltre il semplice sostentamento del corpo fisico. Per queste scienze millenarie, infatti, cibarsi significa pregare. Come nel tempio la cura dello spazio è una forma di onore al divino, possiamo compiere una cerimonia ogni volta che prepariamo con consapevolezza il cibo che ci nutre, per onorare il sacro veicolo che l’universo ci ha offerto per questo Viaggio.

Nel Traittireya (Upanishad) leggiamo: “Brahman (l’Assoluto) è cibo: mangiano solo coloro che sanno di mangiare il loro Dio”. L’invito, quindi, è alla presenza anche nell’atto stesso della nutrizione, ad assaporare ed integrare il cibo con grande gratitudine.

Quando consumiamo un pasto non stiamo semplicemente mantenendo il corpo in salute: stiamo onorando gli elementi presenti nel cibo, e così facendo anche la vita stessa, che ci permette di godere dei suoi doni. Come il Cristianesimo ci ricorda, il cibo è sacro quando ci ricordiamo che l’Altissimo si offre in sacrificio per noi attraverso il nutrimento.

“Fa’ attenzione a ogni boccone di cibo: mentre lo porti alla bocca, utilizza la consapevolezza per prendere coscienza che questo cibo è il dono dell’intero universo. Il Cielo e la Terra hanno concorso a farti arrivare questo boccone di cibo” (Thich Nhat Hanh)

 

Yoga e Ayurveda: la cura del corpo come forma di preghiera

 

Nei Veda le sostanze vengono classificate in base al loro impiego come materia sacrificale nel rito del fuoco. L’Ayurveda, figlia di questi scritti sacri, le suddivide in base al loro uso come offerte di cibo ad Agni, il fuoco dell’organismo.

Di fatto, molti cuochi e medici indiani sono bramini: come il sacerdote vedico predispone sacrifici per accudire le anime, anche la loro professione richiede offerte al fuoco del corpo umano per preservarne lo stato di salute.

Nella famiglia indiana tradizionale il cuoco rappresenta quindi, per molti aspetti, il sacerdote addetto al sacrificio, perché prepara il cibo vivo per il sacrificio del pasto comune, il rituale che “cucina” i singoli membri, fondendoli in un’unica famiglia. Come un alchimista, il cuoco estrae l’essenza delle materie prime e con essa alimenta il fuoco dell’essere umano per stimolare la produzione di rasa dolce e ojas. (Tratto dal testo di Robert E. Svoboda, Ayurveda – Vita, salute e longevità, Macro Edizioni 2017)

Quanto più un cibo è preparato con amore, tanto più porta beneficio profondo a chi se ne nutre. I testi antichi portano molta attenzione all’energia con cui un cibo è preparato, allo stato emotivo di chi lo prepara, al suo senso di devozione nei confronti di chi lo riceverà, alla comprensione che ha della missione a cui è chiamato.

 

Yoga e Ayurveda: la cura del corpo come forma di preghiera

 

Ma neanche l’amore del cuoco più devoto può modificare i rasa (le qualità) degli ingredienti che usa. L'Ayurveda porta molta enfasi sui dosha (le tre qualità che identificano la costituzione individuale), affermando che ogni persona ne è composta secondo una mescolanza unica e irripetibile. Ogni dosha risponde agli ingredienti in modo diverso, non tutti i cibi sono adatti ad ogni persona.

Ad esempio, il dosha Vata è composto dagli elementi Etere e Aria. Mutevole, leggero, ingegnoso e connesso, chi è dominato da Vata può passare rapidamente dal benessere allo squilibrio, e diventare arido, sterile, instabile, frenetico, freddo. Nutrendosi di pietanze che aumentano le qualità di aria ed etere, la persona facilmente andrà incontro a disturbi legati ad un eccesso di questi elementi.

In questo senso è importante ricordare che siamo portati a desiderare alimenti che possiedono le qualità di cui abbiamo bisogno, ma che non sempre riusciamo a comprendere in quali cibi è opportuno cercarli.

Robert Svoboda, uno dei massimi esponenti della medicina ayurvedica, porta l’esempio dei bambini: il rasa (sapore) dolce è fondamentale per la loro crescita, ma quando lo cercano negli alimenti dolcificati inevitabilmente otterranno l’effetto opposto.

 

Yoga e Ayurveda: la cura del corpo come forma di preghiera

 

Nella Charaka Samhita, il primo grande compendio di Ayurveda, si porta molta enfasi a due modalità opposte che danneggiano l’organismo in egual misura: l’assunzione di cibo e il digiuno non appropriati alla propria costituzione.

Se assumiamo ripetutamente una sostanza non adatta a noi, questa nel tempo si accumula nei tessuti e li inquina, danneggiandoli. Allo stesso modo un digiuno può essere molto positivo se è calibrato sui nostri dosha, ma può corrompere i tessuti e portare malattia se prolungato nel tempo oltre i limiti tollerati dal dosha dominante della persona.

Se sentiamo di non esserci presi cura del nostro tempio, se percepiamo il bisogno di lasciar andare tossine, vecchie abitudini alimentari o atteggiamenti di scarso rispetto verso la sacralità del nostro corpo, possiamo attingere alla sapienza delle antiche scienze sorelle. Yoga e Ayurveda si fondono offrendoci i cicli di purificazione, che uniscono alimentazione detossinante, pratiche yogiche dolci, e manualità ayurvediche per l’autotrattamento del corpo.

Il prossimo appuntamento stagionale con la Purificazione Ayurvedica si terrà alla Città della Luce dal 17 al 22 settembre 2019 presso la sede di Trecastelli (AN). Per maggiori informazioni trovate il link di seguito:

 

Yoga e Ayurveda: la cura del corpo come forma di preghiera

 

“La vita di tutti gli esseri viventi è cibo e tutto il mondo cerca il cibo.

La carnagione, la lucidità, la bella voce,

la longevità, la capacità di comprendere, la felicità,

la soddisfazione, la crescita, la forza e l’intelligenza

si fondano tutte sul cibo.

Di tutto ciò che promuove la felicità terrena,

di tutto ciò che riguarda i sacrifici vedici

e di ogni azione che conduce alla salvezza spirituale

si dice che sia basata sul cibo.”

 

Charaka

Articolo a cura di Rati Elisa Cherri