Il Femminile Sacro: il ruolo della Saggia

 
Durante il periodo Neolitico (che va dagli 8.000 ai 3.000 anni a.C.) e l'Età del Bronzo (dal 3.000 al 1.000 a.C.) era fiorita nell'area mediterranea (a partire dal bacino mesopotamico della mezzaluna fertile) e nell'Europa, nell'Anatolia e nel Vicino Oriente, una civiltà che affonda le sue radici antichissime nel Paleolitico (il periodo che va da 2.500.000 anni a.C. ai 10.000 anni a.C.) .

I suoi simboli più remoti, dipinti o incisi su pietra o rappresentati in manufatti di osso o di corno, riflettono la profonda credenza in una grande Dea Madre generatrice della Vita, che dalla sacra oscurità del suo grembo dà origine a tutta la creazione: si tratta della Natura stessa, che dona e toglie l'esistenza, che è sempre capace di trasformarsi nel ciclo eterno costituito da nascita, vita, morte e rinascita.

Le statuette dell’età paleolitica e neolitica ci pongono in uno spazio dove le Dee Madri o le Veneri steatopige (letteralmente “dalle grasse natiche”) rappresentavano il Femminile come depositario della magia del ciclo della vita: in particolare, sin dal 25.000 a.C. i seni, la vulva e le natiche della Dea vengono rappresentati in modo evidente e sovra-proporzionato, a sottolineare i centri di emanazione della sua forza procreatrice e della sua saggezza.

Ma poiché nel mondo della natura la morte e la rinascita sono strettamente connesse tra loro, la Dea della morte e quella della rigenerazione sono in genere concepite come una sola divinità, a riconoscimento dell'unione ciclica di queste contrapposte polarità

 

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Venivano adorate molte dee o forse una sola Dea in molte forme, con raffigurazioni caratterizzate da un simbolismo assai complesso (bambina, fanciulla, adolescente, donna, madre, adulta, anziana), riflettendo la ricchezza del Femminile nelle sue multiformi dimensioni, e ad ogni fase/passaggio evolutivo si arricchisce conoscenze, esperienze, vissuti, comprensioni, capacità.

Inoltre prima di lppocrate (460-377 a.C.), padre della medicina in ambito mediterraneo/occidentale, il pensiero collettivo non aveva ancora chiaramente separato la comparsa delle malattie dall'intervento divino, e pertanto le funzioni attribuite in seguito ai medici, erano comunemente di pertinenza delle figure sciamaniche/religiose: pare che le donne si dedicassero a queste pratiche magico-terapeutiche molto più degli uomini, in particolare, le donne «sagge» della comunità, le donne più mature che avevano terminato il ciclo biologico mestruale.

 
Nel sito neolitico di Çatalhöyük, in Turchia gli archeologi hanno recentemente portato alla luce una statuetta femminile (probabilmente parte di una deposizione rituale), e secondo Lynn Meskell (archeologa di Stanford) e i suoi colleghi, figure femminili come quella sono probabilmente rappresentazioni delle anziane del villaggio, ovvero donne molto rispettate e con molto potere nella comunità.

Da diverse fonti si evince che il ruolo della donna anziana veniva riconosciuto come fondamentale nella celebrazione rituale dei momenti salienti della biologia femminile: era considerato di estrema importanza non solo il momento del sanguinamento mensile, ma anche gli altri momenti di cambiamento nella vita di una donna, quali il menarca, la gravidanza, il parto e la menopausa, (termine che si preferisce tradurre in “Quattordicesima Luna”).

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La donna nella fase della Quattordicesima Luna, come sostiene Miranda Gray “ha costante accesso alla dimensione di vita del mondo interiore che è accessibile alle donne mestruali solo una volta al mese. La consapevolezza e l’ispirazione che si può trovare nelle donne anziane era assolutamente riconosciuta in passato e tali donne erano riverite come consigliere e come guide e la loro funzione era quella di mantenere costante il legame tra la comunità e il mondo spirituale.
 
Nel tardo Neolitico le incursioni dei popoli Indoeuropei venuti dal Nord e/o dal Caucaso sono portatrici di grandi novità e sconvolgimenti, e in particolare di un pantheon maschile/patriarcale lentamente si sostituisce al culto della Dea, così come avviene una virata verso il maschile nell'ordine sociale, economico, politico, culturale e spirituale.

Ne consegue che il Femminino Sacro, espressione dello sconosciuto, del mistero della natura selvaggia e detentore dei segreti della vita, se non scompare completamente, lascia progressivamente, nel corso dei millenni, il suo alone sacrale, venendo a risultare in qualche modo emarginato all’interno del panorama religioso di pari passo alla perdita di prestigio e importanza sociale della donna in seno alle diverse comunità.

L’immagine sacra della donna si tramuta in Santa, Martire, Strega e Madre Vergine; la forma unitaria rappresentata dal poliedrico femminile si frammenta e si polarizza fra mente e corpo, fino a una perdita della consapevolezza della propria corporeità così come la scomparsa di quell’intima sensazione di essere parte di un “fluire” più grande.

 

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In questo passaggio si situa anche la pratica della medicalizzazione del corpo della donna: la sociologa Paola Borgna, nel suo libro “Sociologia del corpo”, definisce così il termine “medicalizzare”: “trasformare qualcosa che normalmente (e spesso inevitabilmente) fa parte della natura umana sia che si tratti di un disturbo, di una disfunzione oppure di una semplice condizione in un “problema” suscettibile di trattamento medico, con il preciso intento di ricondurre il corpo del paziente a quelli che dalla scienza sono considerati gli ideali auspicabili in termini di funzionalità, capacità, aspetto”.
 
Con la scoperta degli ormoni femminili e della loro funzione, quelli che un tempo erano semplicemente i “segni naturali” dei cicli biologici della donna, diventano i “sintomi” di un fenomeno debilitante e patologico: si perde il legame “magico” tra la donna e la Natura che “il ciclo della Luna” rappresentava e si impone l’uso di rimedi “scientifici” contro i loro aspetti ritenuti, in modo offensivo e svilente, invalidanti.
 
Di contro negli ultimi decenni del secolo scorso ha iniziato a emergere l’interessamento al corpo da un prospettiva non scientifica, e in particolare il suo studio come categoria antropologica e sociologica: esso non viene più analizzato solo dal punto di vista biologico, fisiologico e medico, ma anche da quello storico, sociale e filosofico e spirituale.

Questo rinnovato interesse nasce dalla consapevolezza che il corpo non è soltanto un oggetto del mondo ma anche lo “strumento” di cui disponiamo per agire nel mondo e rapportarci ad esso: il rispetto del corpo e dei suoi tempi, coglierne i bisogni, valorizzarne i passaggi, è un cammino di consapevolezza che ci sostiene nei cambiamenti e ci mostra opportunità inedite.

Mi Rispetto, mi Amo, mi Accolgo, Celebro il Dono della Vita in tutte le sue fasi.
 

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Articolo a cura di Tulsi Serena Baroni
 
Per riferimenti e approfondimenti, si rimanda ai seguenti testi:
  • P. Borgna, Sociologia del corpo, Laterza 2005, p. 75.
  • B. Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull'abuso del concetto di vita, Ed Bollati Boringhieri, 1994
  • I. Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Arnoldo Mondadori 1977.
  • L. M. Chiechi, Donna, etica e salute, Aracne 2006, cit. p. 16
  • L. Lombardi, Società, culture e differenze di genere. Percorsi migratori e stati di salute, Franco Angeli 2005,
  • F. Neresini (a cura di), Sociologia della salute, Carocci 2001,
  • F. Pizzini, Corpo medico e corpo femminile. Parto, riproduzione artificiale, menopausa, Franco Angeli 1999.

 

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